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martedì 25 novembre 2014

I Migliori Centrocampisti di sempre!

Proprio in questi giorni il Uefa sta rendendo pubbliche le nomination per costruire l’11 coi migliori calciatori del 2014. Non male se volete partecipare alla votazione, tuttavia gli 11 vincitori sono facilmente pronosticabili visti i successi di squadroni come la Germania e il Real Madrid che già vedevano comparire le proprie stelle gli anni scorsi in cui non vincevano nulla. Tutto questo preambolo per dire che se c’è una lista di calciatori con cui vi potete divertire e sorprendere è quella fatta del Freaky: altro che Uefa. Quest’oggi tocca a un ruolo in cui da sempre fa da padrone la fantasia e l’estro, insieme alla capacità di vedere la giocata prima degli altri. Parliamo dei centrocampisti centrali (o cc per dirla in termini da giocatori di pes incalliti).imgres




  • Andrea Pirlo. Invece del solito passo nel passato per andare a cominciare con i primi interpreti del ruolo oggi cominciamo con uno degli ultimi a rendere grande la posizione di CC. Geniale nel gioco quanto schivo e riservato nella vita privata, Pirlo ha saputo essere un esempio per generazioni di calciatori: la sua velocità di pensiero unita a una tecnica sopraffina sono le sue caratteristiche principali. Dopo aver vinto tutto col Milan ed essere tornato ad altissimi livelli con la Juve di Conte ora si dedica alle bevute a tempo pieno, salvo deliziare il pubblico ogni domenica quando le ginocchia lo permettono. Rimane decisamente troppo lento per sperare di download (4)vincere mai un pallone d’oro, ma con un piede così chi ne ha bisogno?

  • Gianni Rivera. Primo italiano a vincere il pallone d’oro (se non consideriamo l’oriundo Sivori nel 61), Gianni è stato una bandiera del Milan e della nazionale durante tutta la sua carriera. In molti lo ricordano per le 2 Champions League, l’europeo e le 3 serie A in bacheca: noi preferiamo rammentare la partecipazione a ballando con le stelle e la carriera da parlamentare.download (5)

  • Didier Deschamps. Centrocampista dotato di buoni piedi, di un passaggio filtrante devastante ma anche di quantità, Didier è uno dei pochi giocatori europei ad aver vinto tutti i trofei internazionali possibili visto che oltre alle 2 Champions (con Marsiglia e Juve) e il Mondiale 1998, si è aggiudicato anche l’europeo del 2000 con la sua Francia (questi ultimi da capitano). Il giocatore perfetto se non fosse che sia nel 1998 chennel 2000 ha eliminato l’Italia dai tornei poi vinti.

  • download (2)Giancarlo Antognoni. Faro del centrocampo azzurro del mondiale 1982, Giancarlo è passato alla storia come l’assoluta bandiera della storia della Fiorentina (unica squadra italiana con cui ha giocato). In molti pensano che i suoi rifiuti a lasciare Firenze per una squadra più blasonata del nord siano stati un peccato ma forse non ricordano che nei 15 anni in viola portò a casa la bellezza di una coppa Italia e un Trofeo Anglo-Italiano (mica bruscolini). Esaltante, al contrario, il fine carriera al Losanna.images

  • Juan Alberto Schiaffino. Soprannominato da tifosi uruguaiani coi piedi per terra “El Dios del Futbol”, Juan  è probabilmente il miglior calciatore uruguaiano di sempre. Con la nazionale conquistò il mondiale 1950 nella finale del Maracanazo, per poi trasferirsi prima al Milan e poi alla Roma. Da ricordare la coppa delle Fiere alzata coi giallorossi download (6)nel 61(a tutt’oggi loro unico trofeo internazionale).

  • Johan Neeskens. Soprannominato Johan II per la  coppia formata con Cruijff all’Ajax, nel Barca e nell’Olanda  è stato uno degli interpreti più rivoluzionari del suo ruolo. In una nazionale che inventava il calcio totale e la zona i suoi tempi dettati a centrocampo furono preziosi per i successi conseguiti in ambito Internazionale. Un momento: quali successi? A parte gli scherzi le 3 Champions con l’Ajax ripagano sicuramente le delusioni ai mondiali del 74 e del 78 e fanno del bel Johan un membro tra i principali della nostra top10.download (1)

  • Paulo Roberto Falcao. Bandiera prima dell’Internacional e poi della Roma, Falcao è stato il regista di quello che per molti è il Brasile migliore di sempre: quello sfortunato del 1982. Definito dai suoi compagni “allenatore in campo” per le doti carismatiche fu un buon download (3)interprete sia della fase offensiva che difensiva.

  • Xavier Hernandez (Xavi). Conosciuto come “ il professore”, Xavi è stato ed è tutt’ora insieme al pallidissimo Iniesta membro di uno dei centrocampi più forti di sempre: quello del Barca. Durante il regno Guardiola il catalano è stato mente e braccio insieme della squadra blaugrana realizzando quasi 60 gol e ispirandone molti altri.

  • Luis Suarez Miramontes. Primo Spagnolo a conquistare il pallone d’oro negli anni 60 è stato il centrocampista per eccellenza vincendo, tra l’altro, 2 Champions con l’Inter e un europeo nel 64.download (7)

  • Steven Gerrard. Se chiedete ai centrocampisti di tutta Europa a chi si ispirano sicuramente nessuno vi risponderà Giannichedda. Decisamente più probabile è che il 90% di loro vi risponda Stevy G. Con un fisico dirompente e un piede sopraffino, infatti, Steven ha fatto la fortuna del Liverpool negli ultimi 15 anni. Grazie al suo destro potente e preciso ha potuto realizzare una quantità impressionante di gol da fuori area e portare sotto la Cop tutti i trofei che meritassero di essere vinti. Mah...la Premier League?!



 

venerdì 21 novembre 2014

Addio Nokia!

Anche voi possedevate un indistruttibile Nokia 3310? Bene: la società che ha prodotto il telefono più diffuso di sempre (seguito a buona distanza dagli ultimi iphone) non avrà più i diritti per la produzione degli smartphones. Già dal 2013, infatti, la divisione della imgressocietà finlandese che produceva cellulari è stata acquistata dalla Microsoft.  Niente più marchio NOKIA sui cellulari contenenti il sistema operativo Windows 8 e successivi:  sugli apparecchi apparirà semplicemente l’icona Microsoft. Con l’uscita del nuovo Lumia 535 la compagnia di Bill Gates sarà finalmente in grado di competere con iOS ed android a cui, fino ad ora, non aveva sottratto molti clienti.


Questa svolta segna indubbiamente la fine di Nokia come l’abbiamo conosciuta fin’ora. Quella che fino al 2012 è stata la principale produttrice e venditrice di apparecchi, con l’arrivo degli smartphones non è stata in images (1)grado di tenere il passo delle principali rivali, le quali, pur avendo prezzi infinitamente più alti, potevano godere di partnership di rilievo. Sembra siano state proprio queste le cause principali del declino di Nokia: mentre Android abbinava al proprio sistema operativo degli accordi con Google e Youtube e la Apple perfezionava le proprie campagne marketing fino a rendere l’uscita del nuovo iphone un vero e proprio evento, Nokia si accorgeva che produrre telefoni di buona qualità a prezzi accettabili non era più ciò che i clienti cercavano. Fa riflettere questo cambio radicale dell’aspettativa del downloadpubblico rispetto ai cellulari anche perché la compagnia negli anni è comunque riuscita a mantenere una buona reputazione: insomma il declino di Nokia sembra dovuto ad un semplice “cambio delle mode” repentino (dal 2012 sono passati solo 2 anni) che difficilmente avremmo potuto prevedere. È indubbio che il sodalizio tra Microsoft e Nokia non possa che giovare alla compagnia svedese considerando che la gran parte di chi possiede un computer ha un PC e non un mec o altro. Se il buon Bill Gates saprà sfruttare tale esclusiva non potrà che esserci un ritorno di Nokia agli antichi fasti, ma questa volta senza il marchio originale.

giovedì 20 novembre 2014

Da sempre Simpson vs Griffin, chi è il migliore?

Oggi, qui al Freaky, cercheremo di dare finalmente risposta ad uno dei più grossi quesiti riguardanti il mondo della televisione, uno di quei quesiti epocali che ti costringe a passare notti insonni e giornate insignificanti: quale sit-com animata è la migliore? Quella del ciccione giallo, calvo e con un pastello nel cervello o quella del ciccione bianco, quattrocchi e mentalmente ritardato? I Simpson o i Griffin?1
Probabilmente non c'è nessun motivo per presentare queste due famiglie che conosciamo tutti benissimo ma noi, sia per amore della professionalità che per occupare importanti righe, le presenteremo. La famiglia Simpson appare per la prima volta ancora prima che cadesse il muro di Berlino, su un esperimento animato del lontano 1989. In meno di un decennio Homer, la moglie con l'obelisco blu in testa Marge, il pestifero Bart, la tuttologa Lisa, la fastidiosissima infante Maggie e tutta la città di Springfield, stato di , conquistano il cuore dell'America intera. Lo stesso percorso che una decina di anni dopo segue la famiglia Griffin, all'apparenza addirittura più normale. Peter, Lois, i loro figli Meg Chris e Stewe, e il cane parlante Brian vivono a Quoagh, Rhode island, non sono gialli e, per delle inspiegabili coincidenze, sono più volte accusati di essere uno squallido plagio dei Simpson. Peter e company però riescono ben presto a dimostrare di essere qualcosa di diverso (a onor del vero se Homer è stupido, Peter è una nutria, se Bart è una peste Stewie è un sociopatico), e dopo aver rischiato la cancellazione definitiva nel 2003, tornano 2 anni dopo più forti che mai e tra critiche e consenso, proprio come i Simpson, sopravivvono fino ai giorni nostri.
Forse qualcuno continua a chiamarle Sit-com, ma dovrebbe essere chiaro a tutti che il talento sgorbutico e infettivo di Matt Groening e quello masturbativo di Seth MacFarlane hanno creato schemi universali dai quali attingere al sapere ogni volta che qualcuno di noi, che come unico scopo di vita abbiamo quello di ritrovarsi a vivere in quelli schemi, ha qualche curiosità o qualche dubbio sull'American Way. Perchè diciamocelo, dopo essersi anche minimamente affezionati ai personaggi, ecco che subentra l'invidia; mi andrebbe bene sia la vita di Peter che quella di Homer, con un cervello talmente vuoto da non crearmi problemi, una moglie casalinga e porcellona, la viletta a schiera, un lavoro che riuscirebbe a svolgere una cernia senza tentacoli ma che mi mantiene la famiglia e l'alcolismo e i fottutissimi figli, che per la maggior parte del tempo tentano di demolire il paradiso attorno a me ma che, saltuariamente, regalano grandi soddisfazioni.




[caption id="attachment_821" align="alignleft" width="160"]Perplessità? Perplessità?[/caption]

Tornando alla domanda a cui il Freaky si era riproposto di rispondere, come possiamo stabilire scientificamente chi sia meglio tra i Simpson e i Griffin? Naturalmente non si può e così ci è venuto in aiuto il sempreverde metodo di sparare un numero da uno a mille e aprire il vocabolario a caso. Quindi abbiamo scelto di scegliere attraverso 5 punti casuali di darvi una risposta oggettiva. Inizialmente non troverete un significato nè alla frase precedente nè a tutto ciò che seguirà, ma dato che siete arrivati a questo punto nella lettura dell'articolo sembra che tempo da buttare ne abbiate parecchio.
Simpson vs Griffin! 0-0
1) Comicità: la comicità è una cosa seria, una cosa difficile da riprodurre e soprattutto difficile da rendere apprezzabile. Far ridere mantenendo uno stretto contatto con la realtà e con il realismo è il compito del comico ed è forse il pezzo forte dei Simpson, che riescono a farci ammazzare dal ridere senza sembrare mai forzati, riuscendo a fondere realtà e immaginazione con un equilibrio che i Griffin non hanno neanche mai conosciuto.
"Sono solo un bambino nessuno mi ascolta"
"Sono un povero vecchio, nessuno vuole starmi a sentire"
"Io sono un uomo bianco tra i 18 e i 49, tutti mi ascoltano nonostante i miei suggerimenti cretini..."
2) Demenzialità: così come non ci poteva essere da discutere sull'assegnare il round precedente ai Simpson, allo stesso modo è lampante che i più tremendamente demenziali, sono i Griffin, che hanno raggiunto l'apoteosi di questa forma satirica grazie agli instancabili flashback, quelle gag che li hanno resi celebri e amati. Tanto che ogni qualvolta uno dei personaggi pronuncia le famose parole "Come quella volta che..." allo spettatore viene l'acquolina in bocca per la stronzata a cui sta per assistere.
Come quella volta che Peter scelse la scatola.


Gag epocale di Peter


3) Affetto: Finalmente la sfida si fa interessante. Per essere esaustivi anche nel punto 3 premettiamo che nonostante possa sembrare un punto su cui domina la soggettività non lo è. Nel nome dell'oggettività più pura, decidiamo noi. Qui cominciamo ad espanderci; è chiaro che siamo molto affezionati a entrambi i nuclei familiari, che in un modo o nell'altro ci hanno conquistato nella loro totalità, allora bisogna andare a capire in quale delle due città tra Springfield e Quoagh ci piacerebbe vivere. Insomma, ci piacciono di più Apu, Winchester, Burns ecc o Joe, Tom Tucker, Quaghmire ecc? In momenti come questi del match, in cui l'equilibrio regna sovrano, è la qualità che fà la differenza e bisognerà ammettere che i Simpson, nella creazione dei personaggi, ne hanno infinitamente di più. Non c'è bisogno di citare tutti i tormentoni (quasi tutti nei Simpson prima o poi ne hanno uno) per farvi capire quanto anche voi, che ne siate coscienti o no, preferite mille volte Springfield. Non tanto perchè l'ha deciso il Freaky ma perchè è quella che conoscete meglio: Conosciamo meglio Boe che l'Ostrica Ubriaca, conosciamo meglio Skinner che boh, conosciamo meglio Apu che Goldman, o Burns che il capo di Peter; di conseguenza siamo più affezionati a loro!


Nonostante siano dei burini:


Springfield e la monorotaia


4) Parodismo: Anche la parodia è una cosa seria, a volte ha intento satirico, a volte critico a volte è semplicemente una spassionata trovata occupare righe, in ogni caso la parodia è pian piano diventato un elemento fondamentale per creare sit-com di successo. Prima lamentavo della qualità dei Griffin, è vero, nè i personaggi nè le storie ne sono intrisi, ma le parodie che vengono in mente a MacFarlane sono di prima qualità. Tutti ricorderanno Blue Harvest e la parodia a guerre stellari ma non stiamo parlando solo di quello, Stiamo parlando anche e soprattutto delle milioni di citazioni che i Griffin propongono solo per dissacrare intelligentemente facendoti spesso pisciare sotto. Qui sono i Simpson che hanno qualcosa da imparare, perchè anche se l'uso del parodismo nei Simpson c'è, non è mai riuscito a farci ridere tanto come quella volta che...


Toccato da un angelo


5) Idolatria. Siamo arrivati in fondo e l'unico modo per decretare il vincitore è, come spesso capita, deificare. Bisogna superare le banalità; basta dire che lo stile di vita di Homer o di Peter sono semplicemente l'emblema dell'American way e ammettiamo, con devoto rispetto, che il loro non è uno stile di vita, ma una filosofia. Una filosofia che, a causa dell'ignoranza del filosofo, non trova fondamenti e che si ritrova ad assomigliare più ad una religione con Homer e Peter profeti solitari. Ma, nei vari livelli di idolatria, chi stà più in alto trai due? Ormai mancheranno una dozzina di righe alla fine dell'articolo e possiamo rivelarlo; il punto 5, e forse non è il solo, è fortemente soggettivo. Perchè io credo sia in Peter che in Homer, insomma magari saranno personaggi di fantasia (non è ancora stato dimostrato che esistano ma siamo sulla buona strada) ma hanno vinto alla lotteria della vita. Hanno vinto nella maniera in cui a tutti gli uomini, di ceto medio o no che siano, piacerebbe vincere, guadagnandosi con dedizione lo status di "Idolo". Quindi appurato che la deificazione è già avvenuta sia per i Simpson che per i Griffin diventa un discorso numerico, come dire: il cattolicesimo è meglio dell'islam perchè ci ha fatto cascare più gente. La flotta di fedeli più estesa ce l'ha sicuramente Homer, il primo uomo occidentale, dai tempi di Gesù, a raggiungere deificazione e idolatria. Un uomo che ci ha trasmesso valori che vanno ben oltre la banalità dell'elemosina e del sacrificio (valori stantii il cui solo suono comincia ad inquietare le palle): valori rivoluzionari di ozio e lussuria, sbronze e debolezze, senza mai dimenticarsi di avere un'amorevole famiglia a carico.
"Oh...Il Signor Burns ha detto che lo scopo della sua vita sarà fare in modo che i miei sogni non si realizzino mai... Fammi sentire meglio Marge fammi sentire meglio!"
"Oh Homer...Quando i sogni più grandi di un uomo sono quelli di mangiare costolette, accoccolarsi di tanto in tanto e spaparanzarsi il giorno libero sul divano, nessun'uomo al mondo potrà portarglieli via."




[caption id="attachment_822" align="aligncenter" width="222"]Il vincitore.... Il vincitore....[/caption]

martedì 18 novembre 2014

Isolamento tecnologico: ma ci siamo mai parlati?

Da quando ero una bimba che girava la città per mano della mamma ho sempre passato molto tempo con la testa in su, a guardare le persone, quello che facevano, come si vestivano, come parlavano, chi volevo diventare. Parlavo poco e guardavo tutto. Oggi le cose bimbonon sono cambiate (a parte per il fatto che parlo tanto e forse troppo) ma continuo a osservare chi mi sta intorno.


Pochi giorni fa ero al solito binario 3 ad aspettare il treno e, fino quando la voce non ha annunciato che il treno era in arrivo, avevo il mio Smartphone in mano. Una volta sentito l'annuncio, benché sapessi benissimo che il treno sarebbe arrivato almeno 5 minuti dopo, ho riposto accuratamente il telefono nella tasca interna della borsa. Velocemente mi sono assicurata di chiudere la cerniera esterna della borsa per evitare il mio incubo peggiore: che il telefono cada nello spazio tra il marciapiede del binario e la scaletta del treno. Ora sono tranquilla, alzo lo sguardo verso sinistra per vedere se arriva il treno e vedo tutta la gente intorno a me. Loro non telefonohanno paranoie su dove possa cadere il loro iPhone, ce l'hanno ancora in mano alcuni, altri no (forse non sono sola nelle mie angosce!). La mia attenzione cade su un ragazzo che come me non sta facendo nulla, guarda in là per vedere se arriva il treno. E in quel momento mi chiedo: ma sarebbe normale avvicinarsi a qualcuno per dirgli "ehi, anche tu qui, eh?" o qualcosa del genere per attaccare bottone. Siamo sinceri, ci guarderebbe malissimo e penserebbe che siamo dei pazzi!


E non è una questione tecnologica il fatto che non ci parliamo: è questione di riservatezza. Ne oggi ne mai nessuno si è mai avvicinato così a uno sconosciuto, maniaci a parte! Non c'erano i telefoni spaziali di oggi ma ci si isolava tranquillamente con un libro, un giornale, non guardano in faccia nessuno..


Che poi, si chiamano Smart-phone proprio perché sono intelligenti, mille applicazioni, non solo Facebook!


Nei "tempi morti" come in stazione e in treno, per staccare dallo stress dell'uni o del lavoro, si legge, si scrive a qualcuno, ci si informa vecchiotramite i giornali online.. Si fanno tantissime cose!


 Lasciateci guardare i nostri smartphone come voi guardavate le vostre punte dei piedi, amen.


 

La Partita della Morte

In molti di voi avranno visto, o almeno sentito parlare, del film “Fuga per la vittoria”, nel quale una squadra formata da una selezione di giocatori Alleati, internati in campi di lavoro durante la Seconda Guerra Mondiale, sfida una squadra sportiva di una base tedesca, dove alla fine della partita i giocatori Alleati riescono a fuggire e a conquistare la libertà. Il film è ispirato a un fatto realmente accaduto: la partita della morte. Nel 1942, mentre è in pieno svolgimento la Seconda Guerra Mondiale, dei tedeschi scoprono che tra gli internati in un campo di concentramento in Ucraina, a quell’epoca sotto occupazione tedesca, vi sono dei calciatori e, per dimostrare la superiorità della razza ariana, decidono di sfidarli. La squadra dei prigionieri ucraini, chiamata Start, era composta da: Mykola Trusevič, squadra startMychajlo Svyrydovs’kyj, Mykola Korotkych, Oleksij Klymenko, Fedir Tjutčev, Mychajlo Putystin, Ivan Kuz’menko, Makar Hončarenko, Volodymyr Balakin, Vasyl’ Sucharjev, Mychajlo Mel’nyk, Pavlo Komarov, Jurij Černeha e Petro Sotnyk, nomi che non dicono molto ma tutti giocatori professionisti che militavano nella Lokomotiv e nella Dinamo Kiev, mentre la squadra tedesca, il Flakelf, era composta da ufficiali tedeschi della Luftwaffe. Insomma, non c’era storia, lo Start era nettamente più forte e i tedeschi lo sapevano. Le squadre si sfidarono la prima volta nel luglio del 1942, quando lo Start si impose con un netto 5 a 1. I giocatori sapevano che avrebbero dovuto perdere quella partita ma entrati in campo vennero accolti da un gran numero di tifosi ucraini e decisero di giocare e vincere per il proprio popolo. Per rifarsi da questa umiliazione i tedeschi organizzarono un’altra partita il 9 agosto 1942, quella che passò alla storia come la partita della morte. giornaleInfatti il 9 agosto 1942 allo stadio Zenith di Kiev, pieno di ufficiali e poliziotti tedeschi, va in scena la rivincita. I giocatori ucraini sanno bene che devono perdere questa partita, come lo sapevano la prima volta. Però questa volta i tedeschi del Flakelf vanno in vantaggio e sembra che tutto vada come organizzato, ma lo Start non ci sta e decide di cominciare a giocare chiudendo il primo tempo in vantaggio 3 a 1. Durante l’intervallo un ufficiale tedesco va nello spogliatoio ucraino per convincerli a perdere e a non far sfigurare per la seconda volta in un mese la razza ariana, e sembra che le parole dell’ufficiale tedesco abbiano effetto: pronti via e i tedeschi pareggiano i conti sul 3 a 3, sembra andare tutto bene. Sembra. Invece l’orgoglio dei giocatori dello Start ha il sopravvento e gli ucraini tornano in vantaggio per 5 a 3. Ma l’umiliazione più grande per i tedeschi è il sesto gol, quello non segnato: Klymenko saltò tutta la squadra avversaria, portiere compreso, e una volta arrivato sulla riga di porta calcia il pallone verso il centro del campo. I giocatori dello Start sapevano già di aver siglato la propria condanna a morte ancora prima che la partita finisse e infatti di quella squadra, da li a un mese furono tutti uccisi, sopravvissero solo in due: Mychajlo Svyrydovs'kyj e Makar Hončarenko,proprio colui che con la sua doppietta monumento makaraveva portato lo Start sul 3-1. Oggi in suo onore la Dinamo Kiev ha eretto un busto con la dedica: “A uno che se lo merita”. Gli altri, eroi della patria, hanno un monumento e sono entrati nella leggenda monumento squadracome i giocatori della partita della morte. Questa è la storia di 11 eroi che nel loro piccolo si ribellarono e sconfissero il Reich.

lunedì 17 novembre 2014

I Migliori Terzini di sempre!

Si chiude con questo articolo la sezione del freaky dedicata ai migliori interpreti della fase difensiva della storia del calcio. Seguendo il famoso motto “dulcis in fundo” abbiamo deciso di chiudere il reparto arretrato con uno dei ruoli più amati qui in redazione, ma al contempo uno dei più sottovalutati del gioco del pallone: il terzino. Diciamo che i terzini sono da dividere storicamente in due grandi categorie: prima di tutto abbiamo quelli che interpretano il ruolo come si faceva prima del 1974, ovvero quelli prettamente difensivisti, e in secondo luogo quelli che hanno cercato di rivoluzionare e integrare maggiormente nel gioco di squadra questo tipo di giocatore, ovvero i così detti “esterni bassi”. Prima dei mondiali del 74, infatti, il terzino era un semplice difensore laterale, si limitava a contenere le scorribande degli esterni avversari per poi fermarsi, in fase di impostazione, sulla linea di centrocampo. Questo modo di vedere il ruolo è, molto probabilmente, il motivo principale per cui l’intera categoria è da sempre snobbata a livello di considerazione: nelle squadre dilettantistiche, infatti, ancora oggi è diffusa l’usanza di piazzare in questa posizione i difensori meno dotati, in modo da limitare alla fascia i danni che possono produrre. Con l’arrivo del calcio totale olandese, finalmente, abbiamo avuto i primi terzini che osavano oltrepassare la metà campo fino a spingersi sul fondo passando per diverse triangolazioni e sovrapposizioni coi centrocampisti: pura fantascienza fino a pochi anni prima. Col passare del tempo tale tendenza si tuttavia esasperata in alcuni casi, in cui la fase difensiva viene completamente tralasciata. Fine del predicozzo: possiamo passare ai 10 terzini più forti di sempre secondo il Freaky:imgres




  • Giuseppe Bergomi. Bandiera dell’Inter e della nazionale per 20 anni, lo zio più famoso d’Italia è passato alla storia per 3 cose: le sue doti in campo, la sua frase “andiamo a Berlino” ai mondiali 2006 e l’imbarazzantissimo monociglio che ha portato con orgoglio per gran parte della carriera. Interprete moderno del ruolo, ha saputo unire grandi doti di spinta con spiccate capacità difensive che gli hanno permesso di finire la carriera anche come centrale.

  • downloadGiacinto Facchetti. Rimaniamo in casa Inter per parlare di uno dei calciatori più corretti di sempre, probabilmente il principale precursore del ruolo come lo interpretiamo oggi. 2 Champions League in bacheca insieme a un argento ai mondiali e una vittoria agli europei (l’unica Italiana). Pochi sanno che l’europeo del 68, appunto, lo dobbiamo soprattutto a lui considerando che dopo il doppio pareggio con l’URSS in semifinale fu grazie al suo lancio della monetina che ci conquistammo la finale.images (2)

  • Ronald Koeman. Calciatore dottissimo tecnicamente e fisicamente , riusciva a interpretare tranquillamente i ruoli di libero, mediano e terzino. Uno tra i pochi olandesi fortunati  ad aver vinto qualcosa con la nazionale (l’europeo dell’88), in Italia lo odiamo particolarmente per la punizione decisiva nella finale di Champions League con cui consegnò la coppa al Barca nella finale contro la Sampdoria nel 1991.

  • download (1)Paolo Maldini. Esempio in campo e fuori, Paolino è indicato da molti come il calciatore moderno per eccellenza. Grazie alla sua infinita carriera trascorsa tutta nel Milan è riuscito a mettersi in bacheca 2 o 3 coppette: 5 Champions League, 7 campionati e un secondo posto al pallone d’oro. Da segnalare anche i campioni con cui è sceso in campo nella sua carriera: Gullit, Van Basten, Savicevic, Baggio, Shevcenko, Baresi, Albertini, Kaka e moltissimi altri. Grandiosa la sua idea di lasciare la nazionale nel 2002, giusto in tempo per saltare il mondiale 2006 in cui i suoi compagni si laureano campioni del mondo.images (3)

  • Philipp Lahm. Nato e cresciuto a Monaco di Baviera, Philipp, tanto per cambiare, gioca ininterrottamente dal 2002 ad oggi nel Bayern e nella Germania, vincendo tutto quello che si può immaginare sia con il club che con la nazionale. Non particolarmente dotato fisicamente ma in possesso di un talento cristallino Philipp ha la dote principale di aver sopportato quel rompi palle di Beckenbauer  per tutta la sua carriera senza mai cercare di colpirlo con un badile.

  • imagesMaicon. Interprete straripante del suo ruolo nell’Inter del triplete, Maicon ha saputo unire il suo talento nella spinta e nel concludere a rete con una buona sicurezza difensiva. Unica pecca nel suo palmares è la mancanza della coppa del mondo, mancata in più occasioni con suo Brasile. Noi amiamo ricordarlo per l’esultanza dopo un gol in un Siena-Inter  “Io sono forte!!”.images (5)

  • Cafù. Famoso tanto per la sua simpatia quanto per il suo talento, Cafù era il prototipo del terzino fluidificante. Ultimo capitano del Brasile ad alzare la coppa del mondo, si era imposto a livelli altissimi durante lo scudetto della Roma del 2001 anche se aveva già preso parte al mondiale del 98 e del 94. Palmares di tutto rispetto anche per lui che con il Milan riesce a portarsi a casa tutto quello che c’è da vincere con un club.

  • images (4)Gary Neville. La bellezza di 12 campionati inglesi in bacheca fanno di Neville il membro più scarso della famosa “classe del 92” del Manchester United. Nonostante le due champions in bacheca il momento più alto della sua carriera rimane, proprio durante la prima finale del 1999 vinta all’ultimo minuto, quando rimane (unico tra i suoi compagni) a difendere fuori dall’area avversaria nonostante anche il portiere Peter Schmeichel fosse salito a saltare di testa.

  • Roberto Carlos. Cacciato da un lungimirante Moratti dall’Inter per fare spazio a un giovane edownload (2) promettente Sforza, Carlos si mette in luce per la sua corsa e la potenza del suo sinistro. Dal 96 al 2007 è una certezza del Real Madrid dei Galacticos e del Brasile con cui porta a casa rispettivamente 3 Champions league e un Mondiale. Esaltante anche l’avventura all’Anzi in Russia dove, nonostante lo squadrone allestito, riuscirono a centrare solo un paio di qualificazioni in Uefa e tanti tanti insulti.

  • images (1)Andreas Brehme. Forte di una carriera giocata ad altissimi livelli tra Inter, Bayern e Kaiserslautern, condita da un titolo mondiale con la Germania e una coppa Uefa con l’Inter, Brehme si riduce a pulire i bagni per ripagare i numerosi debiti contratti proprio quest’anno. Bizzarro constatare che questo posto di lavoro gli sia stato trovato da quel simpaticone di Beckenbauer, intenzionato ad aiutarlo una volta tanto: eh si, a volte si rivela essere un tenerone.

venerdì 14 novembre 2014

Royal Blood! (7/10)

In questo periodo risulta facile parlare di rock. Il 2014 è stato un anno che, nel bene o nel male, ci ha portato parecchio materiale, come ad esempio l'ultimo progetto da solista di Jack White o il nuovo disco regalimgresato al mondo (al mondo apple) dagli U2. Ma l'attenzione del Freaky, per oggi, si sofferma su un nuovo duo rock che è riuscito in un annetto scarso ad imporsi a tutto il mondo dal punto di vista commerciale, raggiungendo i primi posti delle classifiche rock sia dell'oltremanica che dell'oltreoceano.
I Royal Blood nascono l'anno scorso a Worthing, paesino nel East-Sussex, a pochi km dalla famosa Brighton. La formazione è semplice, due ragazzi si sono incontrati ad inizio 2012, hanno cominciato a suonare insieme capendo che il loro gusto minimale avrebbe potuto evolversi e funzionare senza bisogno di ulteriori decorazioni. Così troviamo due soli elementi di melodia (la batteria di Ben Tatcher e l'astuto basso di Mike Kerr) accompagnati dal vocal sempre affidato a Kerr. I generi di cui i Royal Blood si occupano in questo primo album sono parecchi, creano un surrogato di alternative che varia da un garage che sà di post-grunge (in "Figure it out" o "Come on Over") all'indie a tinte blues (in Loose Change"" o "Blood Hands") senza mai abbandonare quella prepotenza melodica che, a turno, viene guidata dalla batteria, dal basso o (sporadicamente) dalla voce. Quei riff orecchiabili e trascinanti che sembrano usciti da chitarrone insanguinate sono in realtà prodotto di una trovata di Kerr che spiega :"Il suono è quello di un basso passato attraverso alcuni diversi amplificatori con alcuni pedali, è tutto. Non è mai una decisione fare le cose in questo modo, ma ha funzionato per noi." Ha funzionato eccome, perchè con questo semplice escamotage i Royal Blood prendono due piccioni con una fava, superando le difficoltà che possono emergere con l'assenza di una chitarra solista e creando una sonorità distintiva che li rende facilmente riconoscibili.
Così, dopo un anno passato nell'underground con disarmante senso degli affari a pubblicizzare da veterani i propri ep , l'album è pronto a essere giudicato, tra il fermento dei loro primi fan e le perplessità di quella critica che non vede mai di buon occhio chi riesce a "vendersi" tanto bene e tanto in fretta.imgres
La prima track sembra spazzare via qualche dubbio, "Out of the Black" è sicuramente una perla d'aria fresca, dove la batteria la fa da padrone, poi la progressione e gli apprezzabili stop'n go, accompagnati da un inquietante ed energico cantato, fanno il resto, rendendo la canzone di apertura (nonchè loro primo singolo pubblicato) la bandiera dei Royal Blood. Si prosegue con il piacevole riff di "Come on Over" (che sembra qualcosa di già sentito tra la fine dei 90 e l'inizio dei 2000) e la sapienza radiofonica di "Figure it Out" (splendido il videoclip) che cerca di rendere il più vendibile possibile lo stile Royal Blood abbellendolo comunque con un esplosivo assolo finale. La quarta traccia è la spassionata e leggera (rispetto al trand stoner che ha l'album) "You can Be So Cruel" seguita da un'altra perla come "Blood Hands", diversa dalle canzoni per cui abbiamo apprezzato per ora il duo di Brighton. Il pezzo forse più sperimentale è un conflitto tra la melodicia parte iniziale e finale e le tenaci urla di voce e batteria quando il ritmo esplode nel mezzo, ricreando un equilibrio degno dei più grandi. "Little monster" è qualcosa a cui ci eravamo decisamente preparati ascoltando l'inizio dell'album, ma forse non ci aspettavamo che arrivasse con tanta efficacia. Un riff dirompente, orecchiabile, trascinante (il migliore dell'album) e una voce portata al massimo dei decibel fanno di "Little monster" la canzone più facile da apprezzare. "Loose Change" sembra un omaggio agli White Stripes, oltre che per il riff e il ritmo bipolare anche per lo sforzo che Kerr relega alla sua ugola, nel tentativo di emulare il buon vecchio Jack. "Careless", invece, un omaggio a Queens of the stone age (le cui sonorità sono comunque sempre preseni in qualche modo nel disco), che crea comunque un alternative primitivo ma quasi romantico.
Per "Ten Tonne Skeleton" vale lo stesso discorso fatto per "Figure it out", pubblicato con sapienza radiofonica (è il primo loro singolo ad aver raggiunto i vertici delle classifiche europee), lo stoner rock del pezzo riesce a reggere per gran parte della canzone perdendosi lo stesso, inevitabilmente, in qualcosa che alla fine (o ad un secondo ascolto dipende) annoia. L'album si chiude con la bella "Better Strangers", quasi una "ballata" alla Royal Blood, energica ma romantica, ritmo cadenzato che rende affascinante anche questa traccia a un primo impatto distonica.
imgresArrivati in fondo le sensazoni sono buone, ma non eccezionali. Chiaramente il disco pecca di varietà e a tratti di originalità, lasciandoti in bocca un sapore di qualcosa che hai già assaggiato, forse tanto tempo fa, ma di cui non capisci bene l'obiettivo. I Royal Blood vanno oltre il puro e semplice hard rock pur offrire uno stile innovativo, cercando di sintetizzare nella ruvidezza del loro sound tutti i grandi momenti del rock alternativa (senza disprezzare espedienti pop di cui comunque sono appassionati), facendo anche musica che colpisce, ma che non entra mai nel profondo. Il grande merito, stando a oggi, che hanno i ragazzi di Brighton è proprio quello di aver dato risonanza commerciale ad un sound che era stato accantonato alla fine degli anni 90, rispolverandolo e rendendolo proprio. Che non siano un fuoco di paglia ne sono convinto, così come sono convinto che il loro futuro, comunque, non sarà nell'olimpo del rock. Il disco rimane più che positivo e noi auguriamo buona fortuna ai Royal Blood.