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giovedì 13 novembre 2014

I 5 motivi per cui anche tu odi whatsapp (e il genere umano)

In un’epoca, quella odierna, in cui comunicare diventa allo stesso tempo più facile e infinitamente più difficile arriva whatsapp a darci qualche garanzia. La garanzia, una su tutte, è quella di non dover più pagare gli SMS, che ci interessa poco ormai, associata al fatto che in fondo odiamo un po’ tutto il genere umano appena visualizza ma non risponde ai nostri messaggi. Vero odio amici Freakettoni, secondo solo all’astio che proviamo verso lo stesso whatssapp. Ecco, dunque,  i  5 motivi per cui tutti noi odiamo whatsapp:




  • Orario dell’ultimo accesso. Da sempre all’interno delle conversazioni con i nostri contatti sulla app possiamo vedere il loro ultimo accesso e in questo modo, confrontandolo con quello in cui abbiamo spedito loro l’ultimo messaggio senza risposta, capire se non si connettono da un po’ o l’hanno visto ma si rifiutano di rispondere. Niente più scuse del tipo:”mah guarda…io non ho ricevuto niente” oppure:“ è solo che non guardo il cellulare da un po’”. In sostanza un motivo in più per odiare l’umanità e distruggere amicizie decennali.imgres

  • Doppia spunta blu. Come già detto, siamo in grado da sempre di capire se il nostro contatto in chat se ne sbatte di quello che abbiamo da dirgli o meno, tuttavia gli sviluppatori di whatsapp (che possiamo identificare negli stessi di Facebook) sono decisamente sadici e hanno pensato bene di rendere la cosa ancora più palese: quando a fianco all’ultimo messaggio spedito si accendono due spunte blu allora non serve più confrontare orari o altro per essere certi della lettura. Insomma, già molte autostime erano crollate, ora il tasso di suicidi si è impennato del 400%.

  • Francesco Sole. Ogni volta che esce un piccolo aggiornamento della app il buon vecchio Francesco Sole ci tormenta con le sue turbe psichiche riguardo chi ignora i suoi messaggi  attaccando quintali di post it in giro per casa. Che whatsapp e il Franci si siano messi d’accordo? Sul romperci le palle di sicuro.

  • images (1)I gruppi. Il 90% degli utenti di whatsapp pensa che creare gruppi come ad esempio “quelli del celcetto”  o “quelli dell’uni” sia la cosa più utile dell’universo:”certo!così evitiamo di scriverci tutti in privato e poi doverci riferire le cose!” direte voi. Forse avete ragione, se non fosse per il fatto che appena viene posta una domanda su un gruppo prima che qualcuno si prenda la briga di rispondere passano tranquillamente dalle 20 alle 30 ore. E questo perché se la domanda è posta “al gruppo” allora nessuno si sente chiamato in causa personalmente e tutti attendono che il primo coraggioso risponda per primo. Che poi la prima risposta di solito sono foto porno o battute condite da bestemmie. Tutto ciò porta a decine di risposte come: “ahahahah!” oppure “non si può!”  che non vogliono dire altro che decine di notifiche rumorose che ti martellano il cervello attraverso la suoneria. E pensare che sono gruppi di amici…li odi già tutti non è vero?!images

  •  Foto dei contatti. Diciamoci la verità: finchè ci limitavamo ad utilizzare social network come facebook o twitter ci si imbatteva quasi esclusivamente in giovani e si finiva per attribuire proprio all’età certe foto imbarazzanti o certi stati pietosi. Oggi, grazie a whatsapp, sei benissimo in grado di vedere quando tuo zio di quarto grado decide di impostare come propria immagine di profilo una sua foto con tanto di canottiera sporca di sugo o quando, invece, preferisce mutare il suo status da “in riunione” in “al cesso”. Insomma, se anche a te, nonostante tutto, era rimasto un briciolo di rispetto per le persone più vecchie: beh grazie a whatsapp ora hai perso anche quello!


 

mercoledì 12 novembre 2014

The Believer, il nulla senza fine (voto 7/10)

La rubrica cinema riparte da "The Believer", pretenzioso film del lontano 2001 che, nonostante non si permetta mai di scavare nel profondo delle convinzioni nè dell'una nè dell'altra parte prese in esame, riesce con arroganza a scuotere le coscienze.download


Dopo ciò che è successo in Germania nel periodo nazista, film sull'olocausto ce ne sono stati parecchi, sono stati rappresentati i modi di vivere quelle mostruosità sia dal punto di vista ebreo che dal punto di vista tedesco ma in pochi prima di Henry Bean, regista esordiente del film, si erano occupati di analizzare l'ideologia, le pulsioni e le contraddizioni che movimenti, come quello nazi, o religioni, come quella giudaica, portano in sè. La pericolosità del film sta appunto in questo originale atto di coraggio; ispirato alla storia vera di Dan Burros, attivista dell'American Nazi Party ma di origine ed educazione ebraica, "The Believer" si distacca dal cinema tradizionale con l'intenzione di mostrarci obiettivamente cos'è che fa breccia nella testa di un uomo radicandosi a tal punto da non lasciare nessuno spazio per la serenità.


Danny Blint (Ryan Gosling) vuole diventare un pezzo grosso del movimento e la strada che è convinto di dover percorrere è quella dell'antisemitismo. Gli ebrei, infatti, sono la malattia della civiltà occidentale; la loro fissa per l'astrazione gli rende maniaci megalomani, la Torah seduce gli ebrei e poi lì comanda a bacchetta proprio come anni prima faceva il Mein Kampf, creano clan chiusi e impenetrabili per poi insinuarsi in ambienti a loro ostili e renderli ospitali e fruttuosi. Durante tutto il film saranno ricorrenti flashback che ci mostrano un giovanissimo Dan alla scuola ebraica, mentre discute con il maestro sottolineando le contraddizioni che le fede giudaica implica (soprattutto discutendo dell'episodio di Abramo che sacrifica Isacco); Dio te lo fa capire col dolore estremo, Io sono tutto e tu sei niente, non c'è nient'altro di importante. Le discussioni col maestro lo portano a lasciare sia la scuola che l'ebraismo. Nel tempo presesente la fama di Dan continua a crescere, la chiarezza espositiva e le doti oratorie da arringatore fanno di lui un personaggio quasi stimato, tanto che un giornalista del NY Times vuole un'intervista. Il giornalista però sà del passato di Dan che, come controrisposta, tira fuori una pistola e minaccia il suicidio se la notizia fosse stata rivelata.


imagesDopo una rissa in un ristorante ebreo Dan e suoi amici sono condannati al servizio sociale e si ritrovano ad ascoltare ebrei reduci di guerra. Uno di questi racconta di come un ufficiale tedesco, senza pietà, trafisse con la baionetta il suo bambino, lasciando che il sangue colasse in faccia al genitore. Qui Dan, come se non riuscisse più a trattenersi, critica schifato il comportamento dell'ebreo che secondo lui, piuttosto, avrebbe dovuto morire. Dan decide di lasciare la seduta indignato concludendo con prepotenza che "voi avete molto da imparare da noi [...] Uccidi il tuo nemico". Da quel momento Danny più volte ha la visione della scena descritta da reduce, prima vedendosi nella parte del soldato poi in quella del padre che muore per salvare il figlio. Dan è ricco di idee ambiziose ma riesce a imporsi solo da un punto di vista retorico visto che qualsiasi tentativo di attentato, organizzati con un gruppo di nazziskin antisemiti, fallisce. La figlia di una delle donne di spicco dell ANP si invaghisce di Danny, dell'ideologia e della sua intelligenza ma scopre,in qualche modo e senza mai esplicitarlo, del passato di Danny, e decide di prendere lezioni di ebraico per "conoscere a fondo il nemico". Questo non fa altro che riavvicinare Danny ad una cultura e ad un infanzia dimenticata, facendo riaffiorare dubbi e conflitti che rendono Danny non sono debole, ma tanto debole da non essere sano. Le sequenze finali sono un crescendo di inquietudine e confusione: Dan arriva a sostenere, in un discorso privato dedicato all'"aristocrazia nazista", che l'unico modo per sconfiggere un popolo che si rafforza cosi tanto con l'odio è l'amore. "Ma l'ebreo è troppo furbo, capirebbe l'inganno. Per annientarlo dobbiamo amarlo sinceramente." Danny è cacciato dal movimento, piazza una bomba in una sinagoga ma il giorno seguente crolla emotivamente, irrompe nella sinagoga, la fa evacuare e rimane lì, in attesa di quel "Nulla senza fine" che la sua formazione vede come unico inevitabile punto d'arrivo della vita. Così, nell'azzeccata scena di chiusura, un giovane Danny, si ritrova a salire delle scale, e poi salire ancora, e ancora mentre ad ogni piano il suo maestro gli rammenta: "Fermati Danny. Non troverai nulla là sopra".


Per la pesantezza dei temi trattati il film rischiava di fallire, di rendere il ritmo lento fino all'insostenibile, fino alla noia, ma grazie al imgresdirector Bean, di professione sceneggiatore, lo spettatore riuscirà a seguire facilmente la trama restando a tratti affascinato dal dualismo bipolare di Danny: antisemita forte e convinto, arrogante e intelligente, in contrasto con il Danny smarrito e insicuro, affezionato all'infanzia, alla genuinità e all'ingenuità che il mondo gli ha portato via.


Che Bean sia uno sceneggiatore più che un regista, lo si evince bene dall'andazzo del film. Inquadrature mobili e soffocanti che tendono ad infastidire insolentemente chi guarda e la scenografia spoglia, aspra e quasi ingiallita per accompagnare sapientemente quei dialoghi, veri e propri pugni narrativi, sganciati in faccia allo spettatore. Ciò che fa funzionare "The Believer" è soprattutto questo, i dialoghi vivi e ricchi di contenuto ideologico, quasi sempre sputati fuori come getti di fuoco che si sostituiscono alle armi, quando la guerra rimane nell'ambito dell'ideologia.


La prova di Gosling non è niente male, asciutto, diretto e denudato da ogni maschera emotiva fa diventare Danny  perfetto per essere prima odiato e poi compreso dal pubblico, che alla fine avrà capito di non avere a che fare con un mostro mandato dal demonio per sopprimere "l'assioma della civiltà", ma solo con un pazzo, isterico e bipolare:


"Perchè li odiamo? Perchè li odiamo, perchè esistono, perchè sono l'assioma della civiltà, non c'è una ragione, perchè se anche la trovassimo arriverebbe qualche cervellone ebreo a dimostrarci che abbiamo torto, perchè è l'unica parola che puoi ripetere un milione di volte senza che perda mai di significato. Ebreo, ebreo, ebreo, ebreo, ebreo, ebreo[...]".

martedì 11 novembre 2014

IL PUNTO SUL CAMPIONATO

Dopo la storia di calcio della settimana scorsa, questa volta il Freaky abbandona il romanticismo e sfrutta la pausa delle nazionali per fare il punto sul campionato italiano, senza dimenticarsi ovviamente dei maggiori campionati stranieri.


IMG_2744Da quanto si è visto fino adesso, il campionato resta una sfida a due tra Juve e Roma come l’anno scorso, e anche se i giallorossi hanno colmato il gap tecnico, restano comunque un passo indietro ai Campioni d’Italia. Poi dalla terza posizione, occupata dal Napoli, fino alla nona, dove troviamo l’Inter, ci sono solo 5 punti di distacco, e questo sembra essere il gruppetto di squadre che può giocarsi i restanti posti per l’Europa, con Sampdoria, Genoa e Udinese che si stanno confermando come felici sorprese di questa stagione e possono effettivamente ambire a qualcosa di più di una semplice salvezza tranquilla. Dalla decima all’ultima in classifica solo 8 punti, che dimostrano quanto sia equilibrato questo campionato, anche se il livello si è abbassato esponenzialmente negli ultimi anni, ma che, nonostante la mediocrità generale, riesce a regalare sorprese ogni giornata (come la vittoria dell’Empoli per 2 a 1 ai danni della Lazio che veniva da un grande momento) e rischia di lasciare tutti col fiato sospeso fino all’ultima giornata. Particolare scalpore ha fatto la vittoria della capolista allo Juventus Stadium, non solo per il risultato, 7 a 0, ma soprattutto per come è arrivata la vittoria: per la prima volta non si è vista la Juve di Conte. Infatti Allegri, anche per necessità, ha deciso di adottare la GetAttachment (3)capture2capture2difesa a 4, che a Torino sponda bianconera non si vedeva da tempo immemore, e come si è già potuto notare dalle prime giornate il capture2capture2“contiano” agonismo esasperato ha lasciato spazio a un più ragionato possesso palla. Inoltre, lasciando stare la pochezza del Parma di quest’anno, ultimo e con poche speranze se non si sveglia in fretta, la vecchia signora ha risolto anche il problema delle troppe occasioni sprecate nelle giornate precedenti: su 11 tiri in porta 7 sono stati convertiti incapture2 rete con una precisione quasi del 70%! E se vogliamo sempre soffermarci sui freddi dati statistici Allegri sta facendo addirittura meglio di Conte, stessi punti fatti, ma più gol fatti e meno reti subite, con questo passo anche l’incredibile record dei 102 punti potrebbe essere infranto, AGGHIAGGIANDE!


 Insomma non ce ne vogliano gli amici romanisti, ma se la Juventus continua così per la concorrenza ci sarà davvero poco da fare.


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Adesso però spostiamoci in giro per l’europa, partendo dall’premierInghilterra dove in Premier il Chelsea continua indisturbato la sua corsa vincendo per 2 a 1 ad Anfield. Continua il magic moment del Southampton, i Saints infatti vincono in casa 2 a 0 contro il Leicester e restano saldamente al secondo posto, allungando sul Manchester City, fermato sul pareggio dal QPR e salvato da una doppietta di Aguero; City, che dovrebbe contendere il titolo ai Blues, con questo pareggio si trova lontano già ben 8 punti dalla vetta. Non va meglio alle altre big del calcio inglese, infatti Arsenal e Manchester United si trovano rispettivamente al sesto e settimo posto della classifica, mentre Liverpool e Tottenham sono addirittura undicesimo e dodicesimo.Immagine2


 Poco da segnalare invece in Bundesliga dove il titolo, come spesso accade, è gia in tasca al Bayern, nettamente superiore a tutte le altre squadre. Non aiuta a mantenere vivo il campionato il momentaccio del Borussia Dortmund, ultimo fino alla scorsa giornata e risollevatosi grazie alla vittoria contro l’altro Borussia, il Moenchengladbach, grazie ad un euroautogol del giovane campione del mondo Kramer, quello che in finale ha preso la botta in testa e non si ricorda nulla di quella partita, un ragazzo fortunato.Immagine3


 Concludiamo il nostro giro per l’Europa in Spagna, dove troviamo in testa ovviamente Real Madrid e Barcellona, che restano 2 spanne sopra a tutti gli altri ma il distacco dalle squadre umane, almeno in termine di punti di classifica, non è ancora così ampio e allora Valencia, Atletico e Sevilla possono ancora sognare. Da segnalare il decimo posto dell’Eibar che nel suo piccolo sta facendo un miracolo alla sua prima stagione nella Liga: la squadra rappresenta il comune di Eibar, nei Paesi Baschi, che con solo 27.000 abitanti da all’Eibar il titolo di squadra della città con meno abitanti della storia della Liga, e soprattuto la squadra per la prima storica stagione in Primera Division è stata costruita con un budget di solo 400 mila euro!

lunedì 10 novembre 2014

I migliori difensori centrali di sempre

Dopo il grande successo della prima puntata della settimana scorsa, torna, a grande richiesta, la rubrica del Freaky che si occupa di dare risposta all’interrogativo che più di tutti attanaglia l’umanità intera: “quali sono i migliori calciatori di sempre per ruolo?” . In questo secondo appuntamento entreremo nel merito del ruolo più sottovalutato e meno spettacolare che il gioco abbia da offrire ma che, tuttavia, permette ai suoi interpreti di poter avere carriere pressoché infinite e di giocare fino ai 40. Sputi, calci, insulti all’intero lignaggio degli attaccanti avversari sono solo alcuni dei compiti affidati ai difensori centrali, ma non disprezzateli solo per questo: sono persone anche loro.Franco-Baresi-grande-difensore


-Franco Baresi. Colonna portante del Milan di Sacchi e Capello, nonché della nazionale, Franco seppe unire una buona tecnica individuale a ottime doti nel posizionamento in campo. Mentre gli attaccanti di mezza Europa tentavano, senza successo, di superarlo nell’1 contro 1, il suo compagno Weah si occupava amorevolmente della moglie. Con il secondo posto al pallone d’oro del 1989 entra di diritto nella nostra lista, oltre che nella lista degli indagati della procura di Milano per truffa.


imgres-Franz Beckenbauer. Una predisposizione innata al comando e alla rottura di palle gli valgono il soprannome di Kaiser. Da segnalare i 2-3 trofei in bacheca: 1 Mondiale da giocatore, 1 da allenatore, 5 campionati tedeschi, 4 coppe di Germania, 3 Coppe dei Campioni, 1 Coppa delle coppe, 1 Intercontinentale e ben 2 palloni d’Oro. Tutti noi, tuttavia, lo ricordiamo per l’esperienza americana con i New York Cosmos con cui riuscì ad assicurarsi anche un titolo di MVP della stagione 1977. Terminata la carriera da giocatore e poi da allenatore si dedica a tempo pieno a innervosire avversari e propri giocatori/allenatori in qualità di presidente onorario del Bayern.images


-Fabio Cannavaro. Un mondiale da assoluto protagonista nel 2006 e un conseguente pallone d’oro coronano la carriera del talento napoletano. Grinta, forza fisica e posizionamento fisico erano le sue armi principali e non a caso lo troviamo in cima alla classifica dei capitani azzurri con più presenze con la fascia al braccio. A livello di club non riesce mai a trovare stabilità in uno spogliatoio e proprio per questo cambierà 6 squadre durante l’arco della sua carriera, rimanendo tuttavia fedele al proprio fornitore di EPO.


SCIREA-Gaetano Scirea. Da sempre icona di signorilità, eleganza e stile sia in campo che fuori, Gaetano, fu, insieme a Zoff,  la colonna portante della difesa dell’Italia e della Juventus tra gli anni 70 e 80. Compianto per la sua prematura scomparsa nel 1989, occupa nell’immaginario collettivo un posto come esempio di correttezza agonistica. Storici i festeggiamenti sfrenati suoi e di Zoff dopo la vittoria del Mundial (un bicchiere di vino e via a nanna) e per la partita a carte con Pertini sull’aereo del ritorno.


-Lilian Thuram. Dopo un inizio al Monaco,Lilian trova il suo habitat naturale in Italia dove, con le maglie di Parma e downloadJuventus, riesce ad imporsi come uno dei DC più forti del suo tempo. Singolare che abbia formato insieme a Cannavaro una delle coppie difensive più forti di sempre durante l’esperienza a Parma sotto gli ordini di mister Malesani (l’ultimo a vincere in Europa). Un palmares di tutto rispetto considerando che ha fatto parte della génération dorée del calcio transalpino insieme ai vari Henry, Zidane, Desailly e Deschamp: 1 mondiale e  1 europeo su tutti. Il buon Thuram alza, inoltre, in modo esponenziale il livello culturale della nostra lista vista la sua militanza politica e la sua carriera da scrittore.


download (1)-Matthias Sammer. Primo ed unico calciatore della Germania Est ad aver avuto una carriera decente, coronata dal pallone d’oro, Matthias ha la sfiga di non poter giocare nella nazionale tedesca campione del mondo nel 1990 proprio a causa dei suoi natali. Una rapida, quanto impalpabile, apparizione nel campionato italiano non bastano a minarne l’immagine e la carriera: riuscirà, infatti, a rifarsi al Bayern Monaco e al Borussia Dortmund portandosi a casa anche una Champions con quest’ultimo.download (2)


-Bobby Moore. Di lui ci sono rimaste poche immagini ma annebbiate. Se già degli attaccanti abbiamo potuto vedere poche azioni figuriamoci dei difensori. Colonna portante e capitano dell’Inghilterra campione del mondo e del West Ham, Moore  deve tuttavia essere per forza un grande campione. Si dice non fosse potente fisicamente e non avesse un gran piede ma possedesse un’innata dote nel leggere il gioco prima di tutti (oltre che qualche capello in più rispetto a Bobby Charlton). C’è chi ricorda Pelè o Stallone come attori in Fuga per la vittoria, noi invece ricordiamo il vecchio Moore, anche se come attore non eccelleva come in campo.


download (3)-Ruud Krol. Un rivoluzionario nell’interpretare il suo ruolo, Ruud si faceva notare per le sue doti atletiche nonché tecniche (era ambidestro). Tra il 1968 e il 1980 fu una colonna portante dell’olanda e dell’Ajax  con cui collezionò 3 coppe campioni e campionati olandesi a raffica, per non parlare delle 2 finali mondiali consecutive perse coi compagni di sempre Cruijff e Neeskens. Storica la sua apparizione nei volantini contro l’aborto a Napoli nel 1981 che recitavano: “e se la mamma di Krol avesse abortito?”.images (1)


-Fernando Hierro. Storico capitano del Real Madrid dei Galacticos, Fernando  formò insieme a Helguera  una coppia difensiva imbattibile tra il 1997 e il 2002 vincendo 3 Champions League. Peccato per le imbarazzanti  5 presenze con la nazionale andalusa condite da un gol.


download (4)-Alessandro Nesta. Maestro dell’anticipo e degli interventi in scivolata, Alessandro spartì la sua carriera a metà tra Lazio, con cui vinse scudetto e coppa delle coppe da capitano, e Milan, con cui portò a casa 2 Champions League. Noi preferiamo ricordarlo come colui che ha collezionato 3 infortuni in altrettanti mondiali (decisivo quello del 2006 che ci valse il mondiale) e per l’esilarante infortunio ai pollici rimediato giocando alla playstation.

sabato 8 novembre 2014

La chiesa prova la svolta col sinodo ma i fedeli scarseggiano

Dopo ormai quasi due anni dalla sua elezione, il nuovo Papa ci ha convinti tutti. Dopo tanto tempo è riuscito attraverso le sueimgres preghiere, i suoi appelli, i suoi messaggi di fede e di speranza, prima a ridare dignità alla chiesa e poi a riavvicinarla sensibilmente al popolo: "La Chiesa non ha paura di mangiare e di bere con le prostitute o i pubblicani" dice Papa Francesco.


Ora più che mai, secondo Bergoglio, la chiesa è vicina a quei fedeli che sono sempre stati la spina dorsale della chiesa ma che ultimamente avevano smarrito la via della luce, indotti dal diavolo (e, perchè no, dalla povertà e dall'esasperazione) a lasciarsi sopraffare dalle tentazioni. Con l'economia che ci schiaccia e il governo che ci scherna è' sempre rassicurante sapere di avere un'istituzione dalla tua parte alla quale fare riferimento.


downloadNel 2014 arriva, per la chiesa, anche la possibilità concreta di dimostrare quest'inversione di rotta; basta scandali tra tangenti e pedofilia, col Sinodo straordinario del 2014 "Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell'evangelizzazione" torniamo con elegante prepotenza ad occuparci dei fedeli bisognosi. Già, perchè da tempo nella chiesa sono sorte alcune questioni di modernizzazione, questioni che hanno generato controversie e conseguenti prese di posizione.


Il Sinodo è un organo consultivo, si esprimono pareri che non sono di ordine deliberativo visto che spetta poi al papa tirare le somme e preparare un documento magisteriale da diffondere a tutta la chiesa.  Quest'anno 253 vescovi da tutto il mondo vi hanno partecipato e và detto che per 59 sui 62 punti preparati dal pontefice nei Lineamenta i vescovi hanno trovato larghissima intesa.


Ciò che disgraziatamente fa notizia è che quei pochi punti sui quali non sono stati raggiunti compromessi, sono quelli cheimages maggiormente attiravano l'opinione pubblica e che maggiormente influenzavano questo processo di modernizzazione. Ma l'accesso ai sacramenti per i separati divorziati e le unioni omosessuali non sono più totalmente tabù per la chiesa che perlomeno con questo sinodo ha evidenziato l'argomento.


"Le famiglie si sentono lacerate, abbandonate, deboli nel contesto sociale. Serve una vicinanza che non le faccia sentire sole." dice uno degli arcivescovi. Un ritorno alla dottrina dunque, alla carità e alla misericordia. Ciò che noi, come pubblico e come fedeli, possiamo percepire dal Sinodo 2014, è una chiesa che ora come ora non è mai stata più lontano dallo stato, che crede di essersi lasciata alle spalle il momento di incertezza che sembra voler fare di tutto per cambiarsi faccia.


Un ritorno alla dottrina? Ripensandoci un momento durante la storia della chiesa dov'è  che sta tutta la carità e tutta la misericordia nei confronti della famiglia? Forse nei primi due o trecento anni di chiesa qualcosa si poteva cogliere ma per la maggior parte della imgressua esistenza la chiesa non è stata altro che un entità di diffusione e colonizzazione del cristianesimo, perennemente potenti sotto il profilo economico grazie appunto ai miliardi di fedeli. Quella di oggi non è certo la prima crisi che la chiesa come istituzione si trova ad affrontare ma è la prima da quando il numero di fedeli si è così drasticamente abbassato (colpa del progresso e del diavolo immagino); così, se prima la riverenza di Dio faceva in modo di tener incollato qualsiasi strappo tra chiesa e fedeli, oggi che questo legame sembra essere irreparabilmente sottile, è tutto più complicato. Irreparabilmente, secondo me e forse anche secondo la chiesa: Spesso nella modernità si è sentito parlare di secolarizzazione dalla chiesa, quel processo che vede le istituzioni politiche laicizzarsi allontanandosi dalle istituzioni religiose, e la linea di modernizzazione che si è scelta per rilanciare l'immagine della chiesa cattolica è la secolarizzazione della chiesa stessa, la negazione dei propri valori, l'accettazione di un annunciato destino di declino (profetizzato ormai da secoli) che lasci spazio al nichilismo e al disincantamento ma anche all'intellettualizzazione delle religioni.


Oggi mi sembra di assistere ad un ultimo stadio di chiesa e, se cosi fosse, sarebbe ironico constatare che nello stesso modo con il quale la chiesa ha costruito le sue fortune, così andrà a morire; l'unica funzione sociale che infatti può ancora accaparrarsi la chiesa è quella di ente di carità, qualcuno che dia aiuto ai bisognosi, ai deboli e agli ammalati, nel nome del Signore o di chi preferiscono loro. Basta coi miracoli, basta con i crocifissi o le resurrezioni, basta soprattutto con il timore e la grazia di Dio (il vero grande escluso della chiesa moderna), ci rimane solo la carità e la misericordia, insomma "polvere eri e polvere ritornerai" vale proprio per tutti.


venerdì 7 novembre 2014

L'Inghilterra ai piedi di una banda di pazzi

[caption id="attachment_725" align="alignright" width="300"]wimbledon_plough_lane Il leggendario impianto del Wimbledon[/caption]

14 Maggio 1988, Wembley Stadium, finale di FA Cup. La coppa se la contendono Liverpool, all’epoca una delle squadre più forti del panorama europeo, e il Wimbledon, una squadra che fino agli anni 60 non era mai arrivata al calcio professionistico per scelta. Si, perchè quando fu fondata da un un gruppo di studenti nel 1889 il calcio, in un sobborgo nobile come Wimbledon, veniva visto come un hobby, non come un mestiere. All’inizio degli anni 60 però il Wimbledon decide che è il momento di entrare nel professionismo e inizia così una lunga scalata che si concluse nel 1978 con la promozione in Football League (l’attuale Premier League). Nel 1981 la svolta con l’arrivo sulla panchina dei Dons di Dave Bassett, allenatore che non portò grandi rivoluzioni nel gioco del Wimbledon, anzi per lui il calcio consisteva in corsa, grinta e tante, tante botte; “Più che potete, non saranno mai troppe” era solito dire ai propri giocatori. E i giocatori lo prendevano alla lettera,  il Wimbledon infatti era una squadra di fabbri, dai difensori agli attaccanti. Non c’erano schemi, il gioco del Wimbledon era completamente affidato al caso. Giusto per farvi capire, Don Revie, grande allenatore degli anni 50-60 del Leeds United (il maledetto United), una volta ha dichiarato sul Wimbledon: “Il suo gioco è così brutto ed affidato al caso ed alla buona stella, che se la fortuna gli assiste per un paio di anni possano anche vincere tutto: Campionato, FA e Coppa Campioni. Sono l’antitesi del calcio. Del football non sanno niente. Ecco perché fanno paura. Perché è il caso che decide il loro futuro. Non loro. Se allenassi preferirei sempre  incontrare il Real che quella manica di assurdi randellatori “. Quella manica di assurdi randellatori venne soprannominata la Crazy Gang, con la loro violenza in campo: i Dons spaventavano chiunque passasse per Plough Lane, storico stadio del Wimbledon.wise


sanchezMa nel 1987 Bassett se ne andò e abbandonò la proprio creatura, al suo posto arrivò Bobby Gould che introdusse ancora più cattiveria al loro modo di giocare, come se ne avessero avuto bisogno. Ben presto l’inghilterra si divise tra chi amava e chi odiava il Wimbledon, chi osannava e chi criticava la Crazy Gang. Gli elementi di spicco di questo gruppo di pazzi erano John Beasant, John Fashanu, Dennis Wise, Vinnie Jones e Lawrie Sanchez. Beasant era il portiere che passò alla storia proprio durante la finale di FA Cup, Fashanu invece era l’attaccante che deve fare i gol,e li fa, ma ci aggiunge sempre una buona dose di botte ai difensori avversari.


Wise, Jones e Sanchez componevano il centrocampo, il reparto più cattivo della squadra. Wise è probabilmente il giocatore più talentuoso della squadra, soprannominato Dennis il pazzo e il suo caratterino può essere riassunto con una dichiarazione di Sir Alex Ferguson su di lui: “Riuscirebbe a scatenare una rissa in una casa vuota”. Sanchez invece è considerato uno dei giocatori più scorretti e antisportivi di sempre, uno dei primi ad essere stato espulso per aver fermato un gol con la mano. Ultimo ma non meno importante, anzi, l’uomo simbolo della Crazy Gang, il capo banda, sua maestà Vincent Peter Jones, per tutti Vinnie Jones. Vinnie Jones, l’uomo che ha subito 12 espulsioni in carriera, e nella speciale classifica dei ‘più cattivi’, è secondo solo a quel ‘King’ di Roy Keane, che si è fermato a quota 13, ma con l’aggravante di aver giocato quasi il doppio delle partite di Vinnie. Ecco perché in proporzione Jones non ha mai avuto rivali. Nessuno.Vinnie il ‘pitbull’, l’uomo che detiene il record per la cacciata dal campo più veloce mai avventura su di un rettangolo da gioco: tre secondi. L’uomo che strizzó i testicoli a Paul Gascoigne durante una partita contro il Newcastle.vinnie 2


vinnie jonesTutta questa spiegazione per ritornare al 14 maggio 1988, a Wembley e per farvi capire quale gruppo di avanzi di galera stava per affrontare il Liverpool, che in porta aveva un certo Grobbelaar e in panchina una leggenda come Kenny Dalglish. Non dovrebbe esserci storia e così sembra, il Liverpool parte fortissimo ma Beasant riesce a fermare tutto, e dove non arriva lui arriva l’arbitro che annulla per fuorigioco un gol dei Reds. La partita va avanti e si fa sempre più dura per il Liverpool perchè i pazzi sono sempre li, a mordere le caviglie, a lottare su ogni pallone. E al 37° succede quello che nessuno si aspetta. Punizione da sinistra di Wise, cross in mezzo, sbuca Lawrie Sanchez e di testa buca Grobbelaar. Incredibile, assurdo. Il Liverpool è sotto con il Wimbledon, contro un gruppo di pazzi che invece di giocare a calcio da calci a destra e a manca. Il Liverpool prova a reagire, mentre il Wimbledon ricomincia a fare ciò che sa fare meglio: distruggere il gioco degli avversari e picchiare. L’incontro scorre, Beasant para di tutto ma a metà secondo tempo l’arbitro vede un rigore per  il Liverpool sull’unico intervento corretto della storia della Crazy Gang. Aldridge va sul dischetto, tira, la palla è indirizzata nell’angolino ma quella palla non può entrare, non quel giorno e infatti su quella palla arriva la manona di Beasant che devia la palla in angolo, diventando così il primo portiere a parare un rigore in una finale di FA Cup.


parata finaleDa quel momento succede poco, il risultato non cambia più. Il Wimbledon batte 1 a 0 il Liverpool e vince la sua prima e unica FA Cup. La Crazy Gang scoppia in un delirio collettivo e iniziano festeggiamenti che difficilmente rivedremo su un campo di calcio. La ‘Crazy Gang’ aveva rivoluzionato il calcio. Nel bene o nel male, lascio a voi giudicarlo. E chissà cosa sará importato in quel momento a Bobby Gould essere eticchettato come ‘il peggior allenatore della storia inglese’ mentre vedeva il suo capitano, quello spilungone di Beasant, che divenne anche il primo capitano portiere ad alzare una Fa Cup, mostrare al mondo ciò che quella squadra, solo qualche anno prima praticamente inesistente, era riuscita a fare con il proprio modo di intendere il calcio. Con la propria passione e con il proprio cuore. La leggenda era completata. Dopo quel magico giorno, il Wimbledon poi non vincerà più niente. Ma quel giorno, il 14 maggio 1988 , l’Inghilterra era ai piedi di una banda di pazzi.


http://m.youtube.com/watch?autoplay=1&v=U9Kk3C_8sEE (video partita)


wimbledon


mercoledì 5 novembre 2014

I migliori 10 portieri di sempre!

Comincia oggi la serie di settimane in cui, puntata per puntata, il vecchio Freaky Times vi regalerà i migliori 10 interpreti della storia per ogni ruolo calcistico (scelti ovviamente da una giuria esperta). Finalmente le dispute tra lo stile di Soviero e Kalac o la sicurezza di Helton e Muslera  tra i pali sono finite: abbiamo 10 vincitori (e questi 4 fenomeni non sono tra di loro stranamente).




  • -Lev Yashin. Come non citare per primo lo storico portiere dell’unione sovietica che a tutt’oggi rimane l’unico nel suo ruolo jblkad essere stato insignito col pallone d’oro? I suoi balzi e la sua sicurezza gli sono valsi anche il soprannome di “ragno nero”, causato anche dal fatto che i fantasiosi magazzinieri dell’URSS si ostinavano a confezionargli divise interamente nere. Chiaro che per chi ha meno di 50 anni non è facile aver visto immagini del campione russo all’opera se non per i soliti 4 video che trasmettono in tv considerando che la sua carriera terminò nel 1970. Tenendo conto del suo bizzarro passato da portiere di Hockey  e i circa 150 rigori parati in carriera c’è chi ritiene l’estremo difensore della Dynamo Mosca il più forte di sempre.

  • -Gordon Banks. Indubbiamente il miglior portiere inglese di sempre, viste le altre lkjnkjciofeche prodotte oltremanica, Gordon può vantare di aver difeso la porta della sua nazionale durante l’unico mondiale vinto oltre che un invidiabile passato da minatore. Anche per lui non si hanno numerosi materiali a disposizione ma uno su tutti lo pone tra i grandi di tutti i tempi: la parata effettuata su Pelè ai mondiali del 1970, quella che molti considerano la più bella del XX secolo. L’unica pecca per lui è quella di non aver mai conquistato un titolo inglese con un club: durante tutta la sua carriera, infatti, non approdò mai in squadre di primissimo ordine come forse avrebbe meritato.

  • -Dino Zoff. Votato dalla FIGC come migliore giocatore italiano del XX secolo, è l’unico giocatore ad essersi laureatoimages campione del mondo all’età di 40 anni, e per di più da capitano. Colonna portante della nazionale e della Juventus per oltre 20 anni, Dino ha saputo imporsi come uno dei portieri meno plateali ma più efficaci di sempre. A tutt’oggi c’è chi sostiene di non averlo mai visto sorridere e che nel suo caso la divisa scura fosse dovuta a un suo lavoro precedente presso una ditta di pompe funebri.

  • ljknlkjnljk-Gianluca Pagliuca. Raggiunta la ribalta come portiere della leggendaria Sampdoria guidata da Vujadin Boskov con cui vinse quasi tutto, Pagliuca è stato probabilmente il miglior portiere al mondo a metà degli anni 90. Un carattere esplosivo  e  una sicurezza incredibile gli permisero di giocare fino ai 41 anni  collezionando 592 presenze in A anche se, a causa della spietata concorrenza di gente come Buffon, Toldo e Peruzzi, Gianluca non riuscì a superare le 39 prestazioni con la nazionale maggiore. Il suo look sempre impeccabile, condito da un ciuffo d’altri tempi  e dal colletto sempre alzato, tuttavia, gli assicurano di diritto la presenza nell’olimpo dei portieri.

  • -Gianluigi Buffon. Se esordisci in serie A da titolare a 17 anni e in nazionale maggiore a 19 non puoi che images (1)essere un predestinato. Tra la fine degli anni 90 ad oggi Gigi ha sempre mantenuto un livello altissimo nelle sue prestazioni, vincendo per 4 volte il titolo di miglior portiere dell’anno e collezionando trofei con club e nazionale a raffica (solo la Champions e l’europeo  mancano all’appello). La sua destrezza coi piedi e un secondo posto al pallone d’oro 2006 insieme alle continue bestemmie tirate in campo fanno di Buffon il portiere moderno per eccellenza.

  • download-Claudio Taffarel. Se nel 1994 l’Italia non ha vinto il mondiale nella finale persa ai rigori col Brasile è anche colpa sua. Probabilmente Taffarel è il primo portiere brasiliano di livello accettabile per gli standard europei e non a caso è il primo portiere carioca per presenze in nazionale. Tutto bello, peccato per l’imbarazzante militanza nella Reggiana tra il 93 e il 94 proprio nell’anno in cui conquistò la coppa del mondo.

  • -Renè Higuita. Cercate dei video da far vedere a un giovane portiere per insegnargli a giocare? Bene: images (2)fategli vedere Higuita all’opera e raccomandatevi di non imitarlo per nessun motivo! Alto 172 cm e non particolarmente dotato tra i pali, il colombiano non era certo un portiere modello ma con l’abilità nel dribbling e nel far ripartire la squadra che possedeva entra di diritto nella nostra lista. La sua mossa dello scorpione, i suoi gol (3 in nazionale) e le sue esperienze da mediatore nei  sequestri, oltre che da cocainomane, gli assicurano il titolo di membro più folle della top 10.

  • images (3)-Iker Casillas. Chi l’ha detto che il dominio della grande Spagna nel calcio mondiale tra il 2008 e il 2012 era merito solo dei gioielli del Barca? Lo storico portiere del Real ha difeso la porta delle furie rosse con una sicurezza disarmante in questo lasso di tempo, collezionando ogni trofeo ci fosse da vincere e alzandoli quasi tutti da capitano. Peccato certo per il suo recente ruolo da “portiere di coppa” che lo ha visto si vincente l’anno scorso in champions, ma anche piuttosto incerto in diverse situazioni.

  • -Oliver Kahn. 1.88 cm per 91 Kg fanno di Kahn il portiere più grosso, e probabilmente cattivo, della download (1)storia. Una carriera vincente al Bayern unita a un mondiale, quello del 2002, vissuto da assoluto protagonista insieme a Ronaldo hanno fatto la fortuna di quest’uomo che ancora oggi, nell’era di Manuel Neuer, è ritenuto da molti il più grande portiere tedesco di sempre.

  • -Peter Schmeichel. L’abito non fa il monaco: chi direbbe mai che questo ragazzone biondo dal images (4)naso perennemente rosso è uno dei portieri più forti di sempre? Ifatti! Grazie all’esperienza al Manchester United in cui riuscì a vincere, sotto la guida di Sir Alex Ferguson, ogni trofeo possibile e alla miracolosa impresa agli europei del 1996 in cui riuscì a trionfare con la sua Danimarca, Peter è da sempre considerato uno dei portieri più affidabili che il questo gioco abbia mai avuto. Certo che qualche bevuta in meno…